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IL COMUNE DI PARTINA E GLI STATUTI DEL 1533

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Gli Statuti del Comune di Partina
Partina, il 24 giugno 1533, come Comune della Repubblica fiorentina, si dava un testo statutario. Nel 1359, Firenze, dopo una campagna militare contro Marco Tarlati e con il consenso del vescovo di Arezzo, si impadronì di Bibbiena, e questo rappresentò una tappa ulteriore dell’espansione fiorentina in Casentino. Intorno a Bibbiena, dal 1360 in poi, Firenze fece sopravvivere una serie di comunelli, già esistenti, fra i quali il castello di Soci, acquistato da Marco dei conti Guidi, il comune di Gello, ceduto da Marco Tarlati, Moggiona che nel 1382 insieme alla Contea di Camaldoli, passa sotto la protezione della Repubblica di Firenze. Partina, come abbiamo visto, solo nel febbraio nel 1390sottoscrisse le proprie capitolazioni con Firenze e fu quindi aggregata alla podesteria di Bibbiena. A titolo informativo, altri comunelli che in questo periodo facevano parte della podesteria di Bibbiena erano: Serravalle, Banzena, Marciano, Gressa, Campi e Terrossola. Il testo degli Statuti del nostro comunello si apre con un proemio contenente la consueta invocazione a Dio, alla sua gloriosa madre, alla “celestial corte del paradiso” ed in particolare ali beatissimi San Biagio a Santa Felicita difensori e protettori rispettivamente di Partina e Freggina. A formare, ordinare e comporre capitoli e ordinamenti, furono incaricati tre consiglieri, detti anche statuari, eletti dal Consiglio Generale il 24 giugno 1533: Jacopo di Nanni di Piero, Niccolò di Marco di Niccolò, Berna di Giunta del Bello. Riguardo al sistema amministrativo, l’ufficio dei tre consiglieri era senza dubbio la carica più importante. Quali requisiti occorrevano per poter essere eletti? In primo luogo bisognava essere “terrazzani“, cioè nativi o abitanti di Partina o del suo distretto; poi essere “allirati" o “sopportar gravezze”, essere cioè contribuenti del Comune; infine, non aver debiti verso il Comune stesso. La loro carica durava sei mesi e potevano essere rieletti solo dopo un anno dalla carica precedente. Il loro compito riguardava in particolar modo: la coltivazione e la semina delle terre comunali, la concessione in affitto (allogazione) di selve, del mulino, la determinazione del tempo della vendemmia, la licenza di lavorare le terre del Comune, ma soprattutto “osservare e osservar fare a tutti, li presenti statuti e ciò che in essi si contiene”. Forse perché il potere non fosse concentrato nelle mani di tre persone sole, il Consiglio fu allargato ad un collegio di 12 uomini di cui facevano parte: tre Consiglieri, il Camarlingo e altri otto uomini della comunità “habili al consiglio”. Per la loro elezione, venivano usate due borse: una contenente tutti i nominativi di persone abili ad estrarre e l’altra che avrebbe contenuto quelli estratti. Quando la prima borsa era vuota, si ricominciava dalla seconda: in questo modo era assicurata la partecipazione di tutti a tale collegio.


La vita nel Comune di Partina dagli Statuti del 1533
Attraverso un’analisi di questi statuti, vediamo se riusciamo a ricostruire o almeno intravedere quale poteva essere la realtà di questo comunello, le sue questioni, i suoi problemi quotidiani, le sue occupazioni, il suo tenore di vita. Come estensione la nostra comunità era abbastanza limitata; sulla parte sinistra dell’Archiano il suo territorio confinava con la comunità di Marciano, di cui anche Contra faceva parte, fino a Poggio Baralla, tutto il versante che guardava la valle, con i poderi oggi abbandonati di Querzona, Faeta, le Prata, S. Antonio e il Legnaio; nella parte destra c’erano i territori dei monaci di Camaldoli e della podesteria di Poppi; a sud la comunità di Soci e a nord il comune di Serravalle. Riguardo il numero degli abitanti, possiamo sapere che al momento degli atti di Sottomissione della Repubblica in data 9 febbraio 1389, gli uomini della comunità erano “forse venti”. Si trattava naturalmente dei capi famiglia, ma comunque il numero doveva essere molto esiguo, si può pensare ad un centinaio di persone. Dagli statuti emerge una condizione di vita abbastanza tranquilla della nostra comunità: le normative necessarie all’amministrazione dei suoi abitanti riguardavano il lavoro dei campi, disboscamenti, regolamentazione delle pasture, problemi tra confinanti; il che conferma nel territorio un’economia del tipo agricolo-pastorale. Pene severe erano stabilite per chi danneggiava personalmente o con bestie vigne, orti, campi e frutteti. La pena prevista erano venti soldi piccoli; se il danno avveniva di notte, la pena era maggiore: quattro lire. Anche i cani che danneggiavano capre e porci procuravano multe ai loro proprietari. Per poter mantenere e anzi aumentare i beni comunali non si doveva per nessun motivo vendere o turbare detti beni, rappresentati da: il mulino, selve, prati, pasture, campi. Severe pene toccavano anche a chi “tagliava castagni, querce, cerri o altri arbori vivi”. Tale severità dimostra un controllo particolare riservato alla conservazione e all’integrità del manto boschivo. La regolamentazione del taglio dei castagni era un problema di primaria importanza per tutta la popolazione casentinese; le castagne costituivano l’alimento principale dell’alimentazione umana o comunque un elemento di rilievo; il castagno era definito anche l’albero del pane da molte popolazioni di montagna. L’uso del legname di castagno era anche indispensabile per le molte applicazioni degli usi agricoli e nelle stesse abitazioni; in cantina per botti, tini, bigoni, ecc., idonei al contenimento del vino, prodotti da artigiani locali. La vendemmia, momento atteso da tutti non solo per la raccolta dell’uva ma anche perché significava per la comunità poter stare insieme, scambiare opinioni, fare amicizia, aveva una propria normativa: non si poteva vendemmiare prima del 20 settembre. Forestieri erano considerati coloro che non abitavano o non pagavano le tasse nel comune di Partina. Ad essi era proibito pascolare nei terreni comunali sia con “bestie grosse che minute” e neppure tagliare legname di qualunque specie. In entrambi i casi la pena era di cinque lire. A chi era di passaggio con le proprie bestie, è forse un richiamo alla transumanza, erano consentiti due “alberghi”; passati i due gironi per uscire dai terreni della comunità, poteva essere accusato e quindi pagare due lire per ogni bestia grossa, quattro soldi per quelle minute. Il mulino rappresentava il cuore di ogni piccola comunità agricolo-pastorale non solo della nostra. Il mulino di Partina era sotto il controllo del Comune per mezzo dei Consiglieri. La sua conduzione invece era affidata ai privati secondo una particolare procedura. “Li tre Consiglieri tutti d’accordo”, ogni anno, potevano e dovevano dare in affitto il mulino. Una considerazione da fare è come mai nei secoli XVI-XVII, i rappresentanti della comunità di Partina avevano scelto come sede abituale delle loro riunioni, la canonica della chiesa di San Biagio e non il palazzo del cassero. Forse perché in seguito, il formarsi del “borgo” discendente fino alla chiesa di San Biagio, situata lungo la sponda destra dell’Archiano, ha spostato l’interesse economico e politico degli abitanti intorno alla chiesa, la cui importanza all’interno del paese è stata sicuramente motivo di aggregazione della popolazione. Poi non bisogna dimentica che il cassero è sempre stato visto dalle varie comunità come simbolo di potere, legato alla figura del signore feudale, e quindi evitato.

Rosella Furieri

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