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La Pieve di S. Maria a Partina (*)

casa
Venendo da Soci, si incontra sulla sinistra, prima del paese, la casa colonica ove sono visibili i resti dell’antica Pieve di Santa Maria a Partina, che nell’alto medioevo era una delle più importanti del Casentino. La sua struttura grandiosa era già in rovina nella metà del secolo XIX con le sue arcate, le mura in pietra squadrata, tribuna e finestre a feritoia, ancora visibili abbandonate sulla destra dell’Archiano. Il termine “Pieve” indica non l’esistenza di una semplice chiesa, ma di una chiesa madre, dalla quale dipendevano decine di altre, chiamate suffraganee. Era la chiesa nata quando, alla fine della civiltà romana, nei secoli V e VI, le popolazioni delle campagne si convertirono al Cristianesimo. All’inizio si chiamava eclessia, trascrizione della parola greca che significa assemblea. Poi dal secolo VIII cominciò a chiamarsi plebes, che significa popolo e diventò in italiano pieve. La parola dapprima indicava il popolo, la comunità dei fedeli, sparsa in una vasta zona, poi passò ad indicare il territorio della comunità, infine l’edificio nel quale la comunità si riuniva in assemblea. Nella pieve, la comunità aveva il suo luogo di aggregazione religiosa, sociale e civile. Cioè non solo vi si celebravano i riti fondamentali dell’anno liturgico, ma si discutevano anche i problemi civili della comunità; vi si svolgevano anche feste profane. Potremmo osare dire che in quei secoli dell’età barbarica e poi del feudalesimo la vita assemblare della pieve già in uso nelle campagne prima del Cristianesimo, sopravisse come un embrione di democrazia. Il momento culminante della vita plebana era il rito del battesimo. Attraverso questo sacramento si entrava a far parte della comunità, della grande famiglia dei fedeli. Fino al secolo XIII il fonte battesimale era soltanto nella pieve. Dopo, quando le chiese dipendenti dalla pieve o suffraganee divennero parrocchie, molte di queste cominciarono ad avere il loro fonte. Intorno al secolo XI, momento culminante dell’istituzione plebana, viveva nelle pievi, in vita di comunità, un certo numero di sacerdoti che si recavano ad officiare le varie chiese sparse per il vasto territorio del distretto plebano, che avevano confini ben precisi. Anche i notai, quando rogavano i contratti, facevano riferimento al distretto plebano, come oggi fanno riferimento a quello del comune. Nella pieve si preparavano i giovani aspiranti al sacerdozio, istruiti dai più anziani. Il distretto della Pieve di Partina si estendeva su tre vallate; cominciando da ovest, dalla valle della Sova, a quella dell’Archiano, a quella del Corsalone, fino addirittura ad affacciarsi, con una propaggine, nell’alta valle del Tevere. Per la storia del territorio della Pieve di Partina abbiamo una grande e rara fortuna. Dal secolo XI si sono conservate molte centinaia di documenti del monastero di Camaldoli che la riguardano. Abbiamo notizie di quasi ogni casolare. Possiamo così, tra l’altro, renderci conto che i suoi confini restano immutati dal secolo XI alla fine del XIII, quando con i primi registri delle decime, conservati nell’Archivio Vaticano, ci sono attestati gli elenchi delle chiese e perciò gli insediamenti, per i quali, anche dall’importo della decima, possiamo avere un’idea, se pure molto approssimativa, della consistenza demografica. Ai primi elenchi del 1274-75 e del 1278-79, preferiamo, perché più completi, quelli del 1302-1303:
Pieve di S. Maria di Partina, Monastero di s. Maria di Prataglia, Chiesa di S. Angelo di Lierna, Chiesa di San Nicolao di Serravalle, Chiesa di S. Lorenzo di Ragginopoli, Chiesa di S. Stefano a Farneto, Chiesa di S. Martino a Monte, Chiesa di S. Bartolomeo di Camprena, Chiesa di S. Angelo di Pietre, Chiesa di S. Felicita di Fercina, Chiesa di S. Martino di Bucena, Chiesa di S. Pietro di Partina, Chiesa di S. Filippo e Jacopo di Gressa, Chiesa di S. Andrea a Corezzo, Chiesa di S. Angelo a Biforco, Chiesa di S. Martino di Gello, Chiesa di S. Donato di Marciano, Chiesa di S. Maria di Giona, Chiesa di S. Andrea a Farneto, Chiesa di S. Cristoforo di Serre, Chiesa di S. Maria di Vezzano o Pieve, Chiesa di S. Biagio a Pratale, Ospedale di S. Leonardo a Ponte Aiole, Chiesa dei SS. Iacopo e Cristoforo di Moggiona, Chiesa di s. Pietro di Basciano, Chiesa di S. Agata della Rocca di Chiusi, Chiesa di S. Giorgio di Contra, Chiesa di S. Lorenzo di Condolese
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Certamente esistevano anche altre chiese, che non figurano, o perché di scarsissima importanza o perché private, o perché esenti dal pagamento della decima per vari motivi, che non è facile conoscere. Non figura il Monastero di Camaldoli, che pure rietrava nel territorio della nostra Pieve. Lo troviamo all’inizio degli enti di tutta la diocesi, tra quelli esentati dal pagamento della decima che avrebbe dovuto dare: 48 libbre, 15 soldi, 4 denari. E’ una cifra molto superiore a quella complessiva di tutte le chiese del pleberio; attesta l’enorme potenza del Monastero, casa madre di un ordine ormai diffuso con molte centinaia di fondazioni, alcune anche fuori d’Italia. Anche se San Romualdo aveva realizzato le sue prime fondazioni in Romagna, la vera espansione camaldolese, con la sua carica propulsiva di rinnovamento spirituale, ha qui la sua culla. La rinascita spirituale avviene in sintonia e collegamento con la cultura innovatrice del centro episcopale aretino di Pionta, che nei primi anni del secolo XI ebbe alcune figure di vescovi di altissima levatura culturale. Basti ricordare Elemperto (986-1010) e Teodaldo (1023-1036). D’altra parte il legame stretto con il vertice del potere ecclesiastico aretino derivava anche dal fatto che questa vasta parte del Casentino nord-orientale era feudo dei vescovi di Arezzo, conti del Sacro Romano Impero. Al contrario, è molto decaduta l’abbazia di Prataglia, fondata prima di Camaldoli: la sua decima è di 10 libbre e tre soldi e non esentata dal pagamento. Nello sviluppo, anche civile, nell’affinamento intellettuale della zona, Camaldoli ebbe un peso determinante in tutte le classi sociali. Tra gli esenti, sempre all’inizio dell’elenco diocesano, troviamo anche la chiesa di S. Michele di Soci. Dal secolo XI agli inizi del XIV, età del nostro elenco, erano avvenuti molti cambiamenti. Le chiese suffraganee, pur restando dipendenti dalla pieve, hanno ormai un proprio rettore con cura d’anime. La grande comunità dei fedeli del distretto si è frazionata in tante piccole comunità, dette popoli. C’è stato nel frattempo l’incastellamento, con l’attrazione più o meno forzata della popolazione sparsa attorno ai centri che si formano o s’ingrandiscono sotto la protezione dei castelli. Sono gli ultimi sviluppi della società feudale. Restano in alcuni casi due chiese legate allo stesso toponimo, per lo più dove la popolazione è sparsa. Il pleberio di Partina viene ad avere il controllo dei valichi più importanti: il Passo di serra e quello verso la Valle del Tevere. Il pleberio di Bibbiena ne sembra privato deliberatamente. Qualcosa di simile si ritrova in due pievi vicine alla Terra Barbaritana, tra Arezzo e il Casentino: S. Stefano in Classe e S. Maria in Classe. Al distretto della seconda appartengono i punti di controllo militare del territorio. Anche la Pieve della Chiassa, come quella di Partina, è dedicata a S. Maria, anch’essa è presso l’attraversamento di un fiume. Anch’essa estende la sua giurisdizione su ambedue le rive del corso d’acqua, cioè su ambedue i versanti della valle solcata dal fiume. Tale confinazione risale probabilmente ad una precisa fase storica, quella della organizzazione cristiana del territorio programmata sistematicamente. La si può collocare dopo la completa conversione dei Longobardi al Cristianesimo nel secolo VIII, quando però essi sono ancora l’elemento etnico dominante, che ha perciò necessità del controllo militare del territorio. Per una fascia della diocesi aretina documentata per quel periodo, a confine con la diocesi di Siena, vediamo che i Longobardi cercano di prevalere anche nelle comunità dei fedeli delle pievi, o almeno ne sono le persone più autorevoli, nelle loro qualità exercitales (uomini combattenti) o di centenerii (ufficiali che comandano una centena). Con le chiese che abbiamo visto il distretto plebano di Partina si estende in senso trasversale, da Bucena alla Rocca di Chiusi per oltre 15 km in linea d’aria e nel senso longitudinale delle sue valli del crinale appenninico, che divide la Toscana dalla Romagna, al corso dell’Arno per quasi altrettanti. Trattandosi di un territorio in prevalenza collinare e montuoso, le distanze reali sono molto maggiori. Si può notare che la Pieve è ubicata al centro del suo vasto distretto, a metà sia del percorso trasversale, sia di quello longitudinale che la tagliano presso il guado dell’Archiano, il più importante dei corsi d’acqua che solcano le tre vallate.


(*) Notizie estratte da “La Pieve antica di Partina e il suo vasto territorio” del prof. A. Fatucchi

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