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Raviolo nella storia

ravioli
Difficile stabilire con esattezza luogo e data di nascita del Raviolo. I viaggiatori che nelle varie epoche, e sino a nostri giorni, hanno attraversato l'antica via della seta parlano di qualcosa di simile ad essi, un sistema che le genti di quei luoghi usavano diffusamente per trasportare, senza tema che si deteriorassero, alimenti con elevato potere nutrizionale. Da quei popoli nomadi quel piccolo fagottino di carne condito e speziato variamente è giunto fino a noi. E tuttavia le peculiarità ed il gusto sublime ed insuperato dei ravioli italiani, ha fatto si che siano in tante le regioni che se ne contendono la primogenitura.


Difficile è pure dare un nome a quello che, da Nicolò Bacicalengo, fu definito un “gastronimico portento”, giacché è doveroso ricordare che ogni regione caratterizza la sua pasta ripiena con una forma diversa e con un nome ed un diverso ripieno.
Così, percorrendo in lungo ed in largo lo stivale ci si imbatte nei Ravioli, negli Agnolotti, nelle Mezzelune, nei Triangoli di pasta, negli Agnolini, nei Tortellini, Tortelli e Tortelloni, nei Casonsei, nei Fagottini, nei Cappelletti, nei Cappellacci, ecc.
Comunque si voglia chiamarla, la pasta ripiena rimane per tutti il piatto elettivo della festa.


Ma a noi, adesso, interessa sua Maestà il Raviolo che, come tutti i miti, ha dato libero sfogo alla fantasia circa le sue misteriose origini.
Molte le leggende che lo fanno nascere nella cucina egizia, babilonese, greca e romana.


Tra i molti aneddoti che lo accompagnano si racconta che Gian Battista Ganelli, detto “Il Baciccio”, grande firma della pittura secentesca genovese, durante i suoi soggiorni romani che lo vedevano impegnato ad affrescare la Chiesa del Gesù, si facesse arrivare opulenti piatti di ravioli preparati da parenti liguri. Pare li divorasse direttamente fra le impalcature che lo sostenevano mentre dava vita a colore, Santi e Madonne, come riporta nel suo “Piccolo dizionario gastronomico” il Larousse.
Ed a proposito della Liguria si dice che il Raviolo genovese sia un Re. Sarebbe stato concepito a Gavi Ligure da un cuoco la cui famiglia era appellata... Ravioli. Un cognome assai diffuso ancora oggi da quelle parti.


Persino le memorie di Niccolò Paganini sono popolate di fumanti Ravioli, festosi come i suoi virtuosismi, e preparati, secondo la più tipica delle varianti genovesi, alle erbe di campo, adagiati su di un profumato guazzetto di pomodoro freschissimo.
Nel 1841, i Ravioli venivano definiti la più squisita fra tutte le paste del mondo.


Negli anni '30 del Novecento, artisti del movimento futurista, scrissero preoccupati al loro ideologo, Tommaso Marinetti, per supplicarlo di intercedere con tutta la sua autorità intellettuale e politica affinché cessasse, almeno per il Raviolo, la sistematica aggressione “progressista” contro le cucine regionali accusate di essere “stantie”.


La consacrazione definitiva del Raviolo come re della tavolo è però assai più antica, risalente al Medioevo, ed in particolare ad una delle più celebri novelle del Boccaccio, quella ambientata nel magico paese di Bengodi, dove era “una montagna tutta di formaggio grattugiato, sopra la quale stavano genti che niuna altra cosa facevano che far maccheroni e ravioli e cuocerli”.

(Decamerone, giornata VIII, novella 3)


Ed a questo punto il mistero si è fatto proprio fitto: non soltanto l'origine dei Ravioli rimane ad oggi un enigma irrisolto, ma a questo si aggiunge l'impotenza di non saper neppure dove potrebbe trovarsi il paese di Bengodi.
Allora vediamo se, con un po' di presunzione, riusciamo a diradare, almeno in parte, le fitte nebbie del mistero, mettendoci sulle tracce del paese di bengodi. E proviamoci proprio a partire da quello i cui abitanti amavano fare con maggior passione, magari seguendo l'odore degli ingredienti di quel loro così stimolante – e boccaccesco – vivere quotidiano.

(Testo di Della Bordella)

Se quanto riportato dal testo di Della Bordella è assodato nel suo rigore storico e documentario, allora non vi possono essere dubbi, il paese di Bengodi è proprio in quel piccolo borgo nel cuore dell'Appennino, adagiato tra boschi rigogliosi sotto lo sguardo vigile d'un antico Castello, e lambito dalle fresche acque dell'Archiano: Partina.
Qualcuno che si fida poco persino dell'evidenza, potrà obiettare che nel testo di Della Bordella si parla di maccheroni e non di ravioli. Ma questo si spiega facilmente: le donne sanno bene quanto relativamente semplice e sbrigativo sia preparare i maccheroni, e conoscono invece il il tempo e la perizia che occorre per servire i Ravioli fatti come si deve. Di più, sapevano pure che se fossero arrivati insieme sulla tavola – e l'esperienza le aveva indottrinate a dovere - , primi ad esser svuotati sarebbero stati i vassoi con i Ravioli, poi, se avanzava appetito “s'aggredivano” quelli coi maccheroni. Dunque, i Ravioli, sino all'ultimo erano tenuti ben nascosti dagli sguardi affamati degli invitati.

Ma qual'è la ricetta che rende così unici e deliziosi i ravioli di Partina e che fugherà ogni residua riserva nell'accettare che questo sia proprio il paese di Bengodi? Beh, per adesso di enigmi ne abbiamo risolti a sufficienza. Lasciamo che custodi di questo siano le donne di Partina e e concediamoci il graditissimo dono della loro misteriosa ed antica sapienza in quei giorni d'agosto in cui il profumo dei boschi Casentinesi si arricchisce delle fragranze dei loro Ravioli.
Chi si sottrae a quest'appuntamento con la storia del gusto, ahilui, non saprà mai cosa si perde.

(Una partinina doc.)

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